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La solitudine fatta di silenzi. La solitudine fatta
di lunghi monologhi. La solitudine nella ricerca disperata di qualcuno. Auntie and me porta in scena tutto
questo, al Ridotto del Teatro Mercadante di Napoli fino al 17 gennaio.
Circa novanta minuti di spettacolo in silenzio per
Barbara Valmorin (la zia), partner perfetta dell’irrefrenabile Alessandro
Benvenuti (Kemp). L’attrice risponde con piccoli gesti e smorfie,
alle domande e provocazioni del nipote, chiusa nella sua solitudine. Protagonista
silenziosa della black comedy di
Morris Pynch, la strepitosa attrice affascina il pubblico con una
interpretazione perfetta di una vecchia zia chiusa in casa, non di secondo
piano quella dell’attore toscano.
La commedia prende il via con Kemp, che ha ricevuto
una lettera, letta frettolosamente, una fretta che gli costerà cara, apprendendo
che la zia sta morendo. Va alla sua ricerca disperatamente tanto da lasciar
tutto pur di starle vicino, ma forse ciò che insegue con disperazione è solo la
sua eredità. Quando arriva si sorprende di non trovarla morente, lui che già
pensa al funerale: «Cosa vuoi che dica al tuo funerale?» - e ancora - «parliamo
dei tuoi organi».
Kemp decide
di restare lì con lei, aspettandone la morte. Intanto i mesi passano,
Kemp si occupa delle faccende domestiche,tra l’aspirapolvere e pasti portati a
letto. Arriva la primavera, l’estate e così anche il caldo. In scena compare un
ventilatore. I passaggi temporali sono scanditi al buio. Un buio che
infastidisce, nasconde e fa perdere la magia dello spettacolo: crea una sorta
di tableaux vivant, interessanti, ma
che danno una dimensione poco sopportabile allo spettatore. E’ questo buio
l’unica nota dolente di uno spettacolo tutto sommato ben costruito.
Il nipote continua a raccontare il suo passato, il
rapporto difficile con i genitori, con la zia stessa, la sua ricerca della
solitudine e le difficoltà che affronta. Nel frattempo prende le misure della
bara, prepara il discorso da dire in chiesa : «Che ne dici della metafora della
fiamma», Kemp le pensa tutte e
cerca in ogni modo di farla morire in fretta. Trova perfino la musica ideale per
il funerale, e gliela fa ascoltare su un 45giri, mentre su un cofanetto si
legge “COME PORTARE IL LUTTO”.
È estate, la zia si trucca, si veste, indossa un
cappello, ma appena arriva il nipote si rimette a letto. I gesti eloquenti
della zia provocano fragorose risate nel pubblico; l’ironia del testo è forte,
divertente, spontanea. Ma è una risata amara quella che suscita il testo di
Morris Panych .
Torna l’inverno e con sé il Natale. Nel tentativo
di far morire la zia, Kemp rischia di uccidersi, così arriva alla drastica
soluzione di farla finita: «Se non ti sbrighi a morire, lo farò io per te»,
prende una corda per impiccarsi, la zia prova ad impedirglielo, ma a fermarlo
arriva il suono del campanello «chi sarà?». Arriva la svolta, l’imprevisto…l’epilogo
è giusto vederlo a teatro.
Uno spettacolo comico, divertente e ricco di riflessioni su un tema come
la solitudine tanto attuale quanto doloroso. I lunghi monologhi senza
interlocutori, il tentativo di avvicinarsi e provare un contatto fisico che
porta perfino alla paura, la scoperta di una persona, l’affezionarsi e sapere
di doverla perdere: «la morte quando arriva te ne accorgi. Perché non
possiamo morire tutti insieme così nessuno vedrebbe l’altro morire?».
Un finale a sorpresa è la giusta conclusione per uno spettacolo dal
risvolto tragico e riflessivo.
Luigi Scaglione
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