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«La
gabbia» che esclude e protegge dal mondo,la gabbia fatta di persone. È questa
«La gabbia» che si sono immaginati Roberto Solofria e Tony Laudadio, appunto,
per lo spettacolo presentato al Teatro
Elicantropo di Napoli all’interno della rassegna teatrale “E45 Napoli Fringe
Festival”rappresentato dalla compagnia Mutamenti di Caserta.
La
scenografia è essenziale dove il pubblico è parte integrante: le mura, «le
impercettibili sbarre che impediscono di vivere liberi, il ring sul quale si
combatte ogni giorno», quello dove, Chef
il boss della camorra - interpretato da un consolidato attore quale Roberto
Solofria - si nasconde per sfuggire all’arresto da parte delle forze
dell’ordine, e da quegli “inferi” manipola tutti gli sporchi traffici
commorisitici. “Il mondo”, a quanto pare, è nelle sue mani. Nulla gli sfugge:
giornali, tv, politici, magistrati tutti alle sue dipendenze. Protezione e
rispetto. Cosa manca al boss? Il TEATRO! «Il teatro per me è uno sfizio», lo
definisce così il temerario “capo”, ma è un semplice sfizio per permettere che
si parli ancora di lui, perché sa che, prima o poi, quell’incantesimo finirà e
si ritroverà all’altro mondo. Così Chef,
il boss stranamente acculturato, decide di sequestrare uno scrittore di teatro,
interpretato da un intenso Rosario
Lerro, per raccontare la sua vita. “L’imprenditore” per avviare la
scalata non guarda in faccia a nessuno, nemmeno agli affetti più cari, arriva
al punto di far uccidere anche la sua compagna di vita, Melania Schiano Lomoriello,
aspra e cinica al punto giusto, ma, anche, l’unica a cedere alla crudeltà della
malavita, la quale, apprendiamo dalla notizia dei sicari, rimane uccisa nel
tentativo di proteggere la moglie dello scrittore.
«La
Gabbia» è un testo intenso, irriverente e maledettamente reale. Il play within the play di shakespeariana memoria, adottato nella pièce scritta da Tony Laudadio,
funziona, soprattutto per alleggerire il dramma e creare qualche spaccato
ironico e divertente. Il pubblico apprezza divertito e si distacca, anche se
per poco, dalla cattiveria e la crudeltà che avvolge la tragica vicenda. Il
merito del “successo ironico” è giusto attribuirlo anche ai due attori: Antimo
Navarra, distintosi nell’interpretazione di O’
Scem, e Gigi Credentino nel ruolo di Manaferma.
Giusto anche il gioco di tensione tra lo scrittore Rosario Lerro e R. Solofria.
Convincono meno i tableau vivant per segnare i passaggi temporali,
che potevano essere risolti in altro modo, ma nel complesso lo spettacolo è
interessante e ben realizzato su un buon lavoro drammaturgico.
«Con
chi condividerai tutto questo?» è l’emblematica domanda finale che lo scrittore
pone al boss. Che senso ha tutto questo male, che senso ha questa scalata al
potere se non hai nessuno con cuoi vivere queste emozioni. E la riflessione con
cui il testo di T. Laudadio congeda il pubblico. La gabbia, quando il pubblico
va via, si sfalda, non si sa se è finita per il boss, se è stato catturato o
meno; quello che è certo è che la gabbia si riformerà ancora e chissà dove.
Perché - come la storia ci insegna - questi malesseri ritornano. Speriamo che
spettacoli come questo siano utili sempre di più a dare meno memoria ai boss ed
alla malavita e più consapevolezza al popolo di poter uscire da questo
marciume, ricordandoci che il popolo è sempre più forte di qualunque altra
forma di potere.
Luigi
Scaglione
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